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Pericolosità ignorata e snobbata

Attività venatoria e grado di pericolosità, costituiscono e formano una nozione indissociabile.  

L’una integra l’altro e viceversa. Entrambi, sono immanenti.

Una dimostrazione? Nell’ultima stagione venatoria 2021/2022 il bilancio degli incidenti di caccia in Italia si riassume nei seguenti esiti: 24 morti, 66 feriti. Si potrebbe dire, nonostante tutto, che la paura (non) fa novanta, considerato che nessun intervento legislativo e non, viene adottato per contenere questo tragico bilancio sociale che lascia al seguito una scia di dolore, invalidi civili, vittime incolpevoli ed altro.

Sento già levarsi critiche e voci dissonanti che si levano da note trincee, da sempre scavate a baluardo della pratica venatoria, da me stigmatizzata, in quanto mi è del tutto estranea per motivazioni etiche, ragioni educative e per il rispetto che porto a qualsiasi forma di vita. 

È possibile e, fors’anche doveroso, chiedersi quale sia il livello di pericolosità insito nell’esercizio venatorio e, per farlo, è indispensabile e ragionevole assumereun parametro di confronto. Per farlo, rinvio chi vi abbia interesse, alla lettura dell’argomentato pezzo di Filippo Schillaci, dal titolo “Se la caccia fosse un lavoro” (rinvenibile in internet) che così asserisce: “Detto ciò si ottiene che si ha un incidente mortale ogni 3.464.919 giornate lavorative e un incidente mortale ogni 555.978 giornate di caccia. Ne risulta, dal rapporto fra le due ultime cifre, che si muore di caccia 6,23 volte più frequentemente che sul lavoro”.

L’incidente (?) di caccia accaduto di recente in Val di Sole dimostra che anche in Trentino i comportamenti venatori mettono a rischio sia coloro che la esercitano, sia qualunque frequentatore dei nostri boschi, quale che sia la ragione della frequentazione. 

Suscita sconcerto che il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, più volte riunitosi presso il Commissariato del Governo, a mio avviso per isterismi di taluni esponenti politici e/o amministratori locali che cercano una temporanea ribalta quando un orso od un lupo lambiscono un borgo comunale o ne attraversano una strada alla ricerca vitale di cibo (leggasi rifiuti) o per semplici ragioni di spostamento da un’area all’altra di insediamento. 

Più volte, senza alcun seguito, ho sollecitato quell’organismo di governo del territorio a spronare l’autorità politica a modificare la vigente legge venatoria che, per la caccia agli ungulati, consente lo sparo in condizione di luce a dir poco precarie, un’ora prima del sorgere del sole, un’ora dopo il tramonto. Nell’attuale quindicina di novembre è possibile sparare fino alle 17,47. Provate, a quell’ora, ad andare in un bosco e ditemi ciò che riuscite a vedere non a 100 o 400 mt (distanza massima di tiro consentita), bensì a 20. NULLA (anche con l’ausilio delle migliori ottiche).

L’incidente (?) di Val Sole induce ad un’ulteriore considerazione conclusiva. Se, la compilazione della denuncia di uscita e successiva impostazione “nelle apposite cassette predisposte da ogni riserva di caccia” fosse resa obbligatoria per tutte le uscite di caccia nel territorio della singola riserva (diversamente da quanto oggi disposto dall’art. 3 delle vigenti prescrizioni tecniche), identificare il responsabile dell’altrui morte sarebbe certamente più agevole. Infatti, dal riscontro delle singole denunce si sarebbe saputo quanti cacciatori e chi, erano usciti a caccia nella riserva di Peio-Celledizzo e dall’analisi delle rispettive armi detenute si sarebbe individuato quale fucile/carabina aveva esploso il colpo mortale e, dunque, il responsabile. 

Ma la politica provinciale, con un malinteso senso di attenzione e di favore nei confronti della componente venatoria, mai ha voluto accedere a questa evidente necessità di tutela dell’altrui incolumità, anche intervenendo sulla cancellazione dell’ora aggiuntiva di caccia post tramonto del sole. 

Speriamo in un futuro di responsabile saggezza.

Adriano Pellegrini 

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