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Gli uccelli “randagi”

Che i piccioni siano animali cittadini nessuno ha dubbi, il binomio colombi-piazza è un tòpos urbanistico ormai esteso a tutti i continenti (Antartide esclusa…), ma nell’opinione comune la loro percezione alternativamente come coreografico “arredo urbano” dei centri storici o come sgraditi imbrattatori di cornicioni e finestre è in genere così prevalente e pervasiva da far dimenticare che si tratta di uccelli con, alle spalle, un’intrigante e millenaria interazione con la nostra specie.

Da un punto di vista tassonomico i piccioni (o colombi) che popolano le vie e le piazze vengono indicati come “Columba livia forma domestica” o, talvolta, come “Columba livia forma urbana”, quindi appartengono alla stessa specie dei piccioni selvatici, Columba livia, che ancor oggi abitano scoscese falesie e remoti ambienti rupestri nel Bacino del Mediterraneo, in Medio Oriente e nell’Africa sahariana. E con i piccioni selvatici, di conseguenza, sono interfecondi, potendo dare origine a prole fertile che, nelle aree in cui le città sono limitrofe alle scogliere dei “selvatici” possono mettere a rischio l’integrità genetica dei loro progenitori rupicoli.

Per gli zoologi i piccioni cittadini vanno considerati – proprio come il dingo in Australia – degli animali ferali, (feral birds), ovviamente non nel senso di “funerei”, bensì per il fatto di essere tornati allo stato selvatico (seppur in contesto cittadino) dopo essere stati oggetto di domesticazione. Per inciso, questa loro natura “randagia” (in aggiunta all’appartenenza specifica a un’entità, Columba livia, esclusa dal prelievo venatorio) li protegge dalla caccia sia (ovviamente) in ambiente cittadino sia quando magari foraggiano nei campi e negli incolti fuori città.

La storia del loro inurbamento è complessa e sfaccettata: tra 10.000 e 5.000 anni fa i piccioni selvatici (che già per migliaia di anni erano stati oggetto di prelievo a scopo alimentare –di adulti, nidiacei e uova- da parte dei cacciatori paleolitici eurasiatici, e ancor prima di Neanderthal che vivessero nei pressi di grotte e scogliere) vennero addomesticati (probabilmente in più luoghi: Mesopotamia, Egitto, Anatolia) e cominciarono a venir allevati dall’uomo (per la carne, il piumaggio, le prestazioni di homing, cioè di far ritorno all’area del nido anche da notevoli distanze) e mantenuti presso le sue abitazioni. La domesticazione del piccione è stata probabilmente più “blanda” che quella di altri animali: per sua fortuna, la cattività di questa specie non ha sempre e necessariamente implicato la captivazione permanente o la continua permanenza sotto il diretto controllo della nostra specie, ma spesso ha significato forme di allevamento in condizioni di semilibertà in spazi predisposti e gestiti dall’uomo, dove gli esemplari adulti potevano –talvolta- godere di una qualche libertà di movimento, visto che il ritorno alla colombaia era garantito dall’abituale fedeltà di questo uccello ai siti di nidificazione. E così, per centinaia di anni in seguito, in maniera abbastanza casuale ed episodica in conseguenza di accidentali rilasci, abbandoni o allontanamenti spontanei di individui domestici dalle colombaie o dagli allevamenti, in molte città e agglomerati del Vecchio Mondo i piccioni “transfughi” sarebbero localmente tornati ad uno stato di naturale libertà.

Anche se di nuovo “selvatici”, avrebbero però continuato a vivere in ambiente urbano, facilitati dall’abitudine ormai acquisita a tollerare la vicinanza di Homo sapiens, dalla possibilità di nidificare sugli edifici (omologabili a grandi pareti rocciose artificiali) e dalle copiose opportunità alimentari (soprattutto farinacei e granaglie) 

offerte più o meno volontariamente dagli abitanti umani. L’ampia disponibilità di cibo nel corso di tutto l’anno avrebbe peraltro permesso ai piccioni cittadini di allargare enormemente la loro finestra riproduttiva, ormai estesa a gran parte dei dodici mesi. Quanto alla diffusione globale, in tempi più recenti gli emigranti (umani) del Vecchio Continente alla ricerca di fortuna nel Nuovo o nel Nuovissimo Mondo (e in generale i colonizzatori europei delle Americhe e dell’Australia) hanno fatto la loro parte: portando con loro i beniamini alati, da destinare a nuove colombaie o alla diffusione oltremare della truce disciplina del “tiro al piccione” già ampiamente diffusa in Europa, hanno posto le basi affinché si replicasse in altri continenti il percorso dal domestico al “randagio”, al rinselvatichito cittadino.

A differenza delle popolazioni urbane di specie selvatiche, generatesi per un attivo processo di “ingresso in città”, quelle di colombo cittadino si sarebbero dunque sviluppate, più o meno direttamente, in situ (cioè nelle città che ora le ospitano) in seguito a singoli eventi formativi diversi nel tempo: anche se sono ovviamente possibili e plausibili spostamenti tra centri urbani limitrofi, ogni città avrebbe quindi una propria popolazione, generatasi indipendentemente da quelle di altre città e talora anche distinguibile per specifici caratteri morfologici a seconda delle razze domestiche d’origine localmente prevalenti. Dietro al banale “uccello da piazza” si snoda dunque un percorso a due vie, da selvatico a domestico e da domestico a rinselvatichito, entrambe sullo sfondo della città accogliente.

E, per inciso, la stessa variabilità genetica che gli allevatori umani affascinati (anche) dalla bellezza “estetica” dei piccioni hanno ottenuto selezionando ceppi con piumaggi e colorazioni molto diverse tra loro e dall’originale mantello grigio barrato di nero dell’ancestrale Columba livia livia, sembra oggi rappresentare un punto di forza per la sopravvivenza di questa specie anche nelle più affollate e caotiche metropoli. Di solito i passanti dedicano ai piccioni cittadini solo uno sguardo annoiato, quando non infastidito, ma i ricercatori che si sono dedicati allo studio delle popolazioni urbane di questo uccello “rinselvatichito” hanno rilevato in molte città un dato curioso: gli individui con mantelli scuri (melanistici) sono più abbondanti nei grandi centri urbani. 

Altrettanto curiosamente, ma non troppo, il fenomeno ha a che fare con l’inquinamento urbano. Anche se le amministrazioni cittadine fanno del loro meglio per ridurre la presenza di contaminanti ambientali, la città è inevitabilmente un luogo dove svariati inquinanti legati alle attività umane e alla loro concentrazione in spazi ristretti (traffico veicolare a motore, riscaldamento domestico, produzioni industriali, incenerimento di rifiuti) possono raggiungere concentrazioni particolarmente elevate; sospesi nell’aria, depositati nel suolo o persistenti nell’acqua, metalli pesanti come il piombo e lo zinco sono potenti veleni cellulari e per gli organismi che vi si trovano a contatto è fondamentale riuscire in qualche modo a inattivarli.

 “Immobilizzarli” e stoccarli senza danno nelle cellule morte di alcune parti del corpo può rappresentare un valido escamotage e a questo punto entra in gioco il nero, la melanina o meglio le melanine: i piccioni scuri sono tali perché nelle loro penne (che, una volta del tutto cresciute, sono a tutti gli effetti strutture non più vitali) depositano elevate quantità di melanine e le molecole di questo gruppo di pigmenti riescono a intrappolare al loro interno alte concentrazioni di piombo e zinco, svolgendo così una rilevante funzione detox per chi veste il piumaggio scuro. Con la muta, almeno una volta l’anno, il piumaggio vecchio “intriso” di tossine viene gradualmente perduto e le penne nuove, sviluppandosi, si prestano ad accogliere nuovi contaminanti.

Volatore veloce e robusto (in grado di percorrere rapidamente distanze di chilometri), nidificante in parete (su cornicioni e sottotetti al di fuori della portata di molti predatori urbani), di taglia “ottimale” per vivere accanto agli esseri umani (non troppo grande da suscitare paura e allarme tra la gente, non troppo piccolo per essere esposto con immediatezza agli effetti delle oscillazioni meteo-climatiche), a dieta granivora come condizione di partenza, ma capace di esprimere una certa ecletticità alimentare (senza troppa neofobia e con una certa tendenza a esplorare nuove opportunità trofiche), e ora anche metabolicamente attrezzato per far fronte ad alcuni inquinanti, il piccione ha dunque, biologicamente parlando, molte carte in regola per continuare a vivere e prosperare negli ambienti urbani. L’avversione di cui è oggetto da parte di molti degli abitanti umani delle città, anche qualora motivata da una reale problematicità che in singoli casi, hic et nunc, si può associare alla sua presenza a concentrazioni elevate in spazi ristretti, potrebbe, almeno a sprazzi, lasciare lo spazio ad un sobrio apprezzamento per la tenace adattabilità con cui continua ad occupare uno spazio in cui è finito “per caso”.

Chi si occupa scientificamente di animali, a maggior ragione se selvatici, non dovrebbe mai indulgere nella tentazione di antropomorfizzarli, ma questa volta, un po’ per chiudere con un sorriso le considerazioni su una specie che viene sempre trattata con estrema serietà e spesso solo come un fastidio, ho deciso di prestare a un piccione di strada qualche considerazione che potrebbe rappresentare il suo punto di vista in merito alla lunga convivenza urbana tra le due specie:

“«Spostati, via, vattene sozzone, non ti vogliamo sul nostro balcone!» – Queste sono le uniche parole che riuscite a rivolgermi, in verità no, non è del tutto vero, ogni tanto qualcuno mi lancia anche un pezzetto di brioche o qualche briciola di pane, gli umani non sono proprio tutti della stessa pasta… Comunque vi dimenticate sempre che nelle città, dove ora non mi volete, mi ci avete portato proprio voi, come un sacco di altri organismi…. È che ve ne siete ormai dimenticati, e in alcuni casi non ve ne siete nemmeno mai accorti.

La mia storia si intreccia a quella di molti altri, i cittadini non umani -voi ci definite così- sono davvero uno stuolo, più di quanti possiate immaginare, dal ratto alla parietaria, dalle felci murarie alle blatte, e chissà quante altre storie, alcune le conosco per esperienza diretta, altre me le hanno raccontate gli uccelli migratori che vanno da una città all’altra, altre non le so proprio, perché sono un piccione e ho un cervello grande come un fagiolo, e quindi comincerò a raccontarvi la mia.

Vivere in città non mi dispiace, lo trovo comodo e ha i suoi perché: salvo quando arrivano i corvi dagli occhi di ghiaccio (voi le chiamate tecnicamente “taccole”, ma in ogni caso io le detesto), per noi piccioni qui non c’è quasi mai crisi degli alloggi, a differenza di quello che succede per voi umani. In centro i cornicioni abbondano, d’inverno basta stare appollaiati accanto a un camino per ricevere un po’ di calore in più ed evitare che si formino i ghiaccioli all’apice delle penne, d’estate c’è sempre una fontana cui abbeverarsi e sulle piazze non mancano mai turisti sbracati che ingurgitano toast e piadine o giovani umani che sgranocchiano patatine davanti a un liquido arancio…, per inciso perché bevete quell’acqua colorata? Per noi piccioni basta abbassare la testa e come con una cannuccia aspiriamo direttamente dalle pozzanghere.

Ma torniamo a noi, devo essere sincera (sì sincera, non vi ho detto che sono un piccione femmina, ma non chiamatemi “picciona”, noi Columba livia siamo davvero una specie d’avanguardia nel gender balance e, per 

non discriminare, abbiamo suppergiù lo stesso aspetto, sia femmine, sia maschi): anche se ora dalla città non me ne andrei più, sono costretta a confessare che l’arrivare qui non è stata una scelta. Così almeno mi raccontavano i miei genitori, e loro l’hanno detto ai nonni, che l’anno saputo dai miei bisnonni… noi piccioni ci tramandiamo la memoria e le nostre saghe con il latte del gozzo. No, questa è una fandonia, non è assolutamente vero, ma la raccontiamo così perché ci piace avere l’equivalente di quella che voi umani chiamate una tradizione orale (!).

Noi piccioni ricordiamo che oltre già 7000 stagioni riproduttive fa voi umani, creature infide, amavate mangiare le nostre uova, e non solo le uova, anche i nidiacei da poco sgusciati e inermi, grassocci e tondi, per voi ottimi per farci degli spiedini. Nel Mediterraneo vi arrampicavate sulle scogliere, in Medio Oriente venivate a cercarci in luoghi remoti, montagne aride e impervie dove i livia DOC -aah i nostri bellissimi antenati dalle ali chiare con le due strisce nere della sapienza- sì, dicevo, i livia DOC nascondevano il loro nido in anfratti di pareti inaccessibili. O almeno così pensavano… sembra che nulla sia impossibile ai Sapiens – siete peggio delle cornacchie e non avete nemmeno le ali…!

Forse qualche bambino portò a casa dei giovani ancora non in grado di volare, o magari anche qualche adulto ferito, e cominciò a nutrirlo con dei semi che come per magia facevate nascere attorno alle vostre tane. 

Ci tenevate dentro una sorta di grande cesto fatto con stecche di legno, fuori c’era il cielo infinito e il falco pellegrino, dentro granaglie e una piccola pozza d’acqua che ogni tanto riempivate. Non avevamo scelta, il cibo non era male, lo abbiamo mangiato e siamo sopravvissuti, per generazioni, senza libertà e senza predatori, e senza la possibilità di scegliere il piccione della nostra vita, un bel maschio dal collo pieno di sontuose iridescenze violacee e verdastre da perderci la testa… Vita monotona, ma sicura, alla fine ci siamo adeguati anche a riprodurci a comando, che dovevamo fare, altrimenti?…

Voi uomini ogni tanto continuavate a mangiarci (che brutte giornate…), ma apprezzavate anche il nostro piumaggio e inoltre avevate intuito che eravamo molto abili a tornare a casa. Certo, lo sapevamo da fare perché fin dalla notte dei tempi era nostra abitudine andare a cercare il cibo o l’acqua lontano dalle pareti di nidificazione, lontano nella steppa sconfinata o in monotone pietraie. Saper ritornare al nido era fondamentale e quindi siamo diventati dei campioni di quello che voi chiamate homing, altro che gare di orienteering…

Ogni tanto qualche nostro umano-padrone si stufava e buttava in strada le ceste col loro pennuto contenuto, ogni tanto qualche sbarra di legno ha ceduto sotto il peso degli anni, e così ci siamo ritrovati per le vie, solo noi e le nostre ali. Saremmo potuti andarcene, forse fuori c’era ancora la steppa e le montagne brulle (e il pellegrino in agguato), ma ormai tutto questo ci sembrava fiaba… degli umani ormai non avevamo più che tanta paura, e anche per le strade il volo ci dava su di loro un certo vantaggio.

E poi ogni tanto qualcuno continuava a darci ancora del cibo, soprattutto le vostre “vecchie piccione” dal passo incerto, il volto grinzoso e il sorriso buono. 

I cani che vivono per strada senza corda al collo e senza branco umano ci dicono che voi li chiamate “randagi”. Dunque anche noi siamo diventati dei randagi per professione e lo siamo tuttora, felici di nidificare sulle cornici delle tane di pietra in cui vi affaccendate e di raccogliere quello che di buono cade dai tavolini delle piazze o dai balconi a cui si affacciano benevole le umane rugose (in verità solo alcune, perché altre ci cacciano con acute strida e agitando uno straccio). Ormai la città la conosciamo a menadito, anzi a menazampa, è casa nostra oltre che vostra, e sappiamo benissimo che ci sono cose da evitare e cose che assolutamente non si fanno: le scatole di metallo che corrono sulle ruote non sono dei veri predatori, ma ci vedono poco e sono pesanti, dunque meglio camminarci a distanza. Mai lasciarsi avvicinare dal felino che entra ed esce dalle vostre case: anche se mangia strani pezzetti di cibo duro dalle vostre mani, ci guarda sempre con gli stessi occhi rapaci dei suoi avi che ci tendevano le imboscate alle pozze d’acqua, e mai fidarsi nemmeno dei cani, sono del vostro branco, voi sembra che non mangiate più piccioni, ma loro a volte ci azzannano e non se ne viene fuori vivi. 

Qualche volta vediamo qualcuno che in città è arrivato un po’ più tardi di noi e, inevitabilmente, incappa negli errori del principiante, ad esempio il nostro cugino maggiore il colombaccio, il gigante dalle macchie bianche sul collo e sui polsi e dal tubare baritonale: lui sì che in città –o meglio nei parchi e sui viali alberati- c’è arrivato spontaneamente; forse ha guardato noi, forse ha pensato a tutte le persone e non-persone per cui la città è un luogo gradevole. Meglio non farsi troppe illusioni però, e questa è comunque un’altra storia, ve la racconterà lui, se deciderà di concedervi sufficiente confidenza…”

Osvaldo Negra | Zoologo

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