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Considerazioni alla proposta di piano faunistico provinciale

“Il piano faunistico, strumento di gestione della fauna selvatica e della caccia, è previsto dall’art. 5 della òegge provinciale 9 dicembre 1991, n. 24, ed alla sua formulazione concorrono anche le Associazioni ambientaliste, pur contrarie all’esercizio venatorio”.

PREMESSA

Nel rispetto dei nostri principi statutari, nonostante l’omessa comunicazione, diversamente dal passato, della bozza di piano faunistico, ci facciamo carico di contribuire all’elaborazione dello stesso fornendo il nostro disegno critico/propositivo.

L’obiettivo principale e prioritario di qualsiasi piano faunistico dovrebbe essere quello di occuparsi e preoccuparsi, principalmente, della TUTELA DELLA FAUNA SELVATICA, e, marginalmente, o comunque in subordine, dell’esercizio dell’attività venatoria. 

Tanto, in considerazione e concreta applicazione dell’art. 1 della L.P. 24 che sembra privilegiare la tutela del patrimonio indisponibile dello Stato e, secondariamente, disciplinare il prelievo venatorio.

Il p.f., diversamente, si preoccupa di soddisfare le aspettative della componente venatoria che, tra l’altro, ha partecipato alla sua elaborazione, pur nel rispetto della previsione normata con l’art. 5, comma 3, della legislazione provinciale citata.

Ne è palese conferma, la circostanza, che i portatori di interessi e sensibilità diversi, nelle 87 pagg. del piano trovano stringata generica evocazione soltanto alle pagg. 13 e 72 del documento de quo e risultano coinvolti nella gestione del bene collettivo fauna/ambiente solamente nell’attuazione di progetti educativi delle scuole quanto alla formazione culturale limitata a Rettili e Anfibi. 

Verrebbe, necessariamente, da dire, che gli ambientalisti, ad altrui giudizio, costituiscono una “specie in via di estinzione” e neppure (marginalmente) “protetta”, frutto e conseguenza di un deplorevole disegno politico che ha voluto estraniarci e zittirci, specie con l’abolizione del comitato faunistico provinciale all’interno del quale, pur decisamente minoritari, potevamo far sentire la nostra voce. 

CONSIDERAZIONI E PROPOSTE INTEGRATIVE

L’attività programmatica di gestione dell’ambiente e della sua componente principale si persegue e si realizza attraverso il p.f. 

Pertanto, è di necessità, che il documento de quo sia sempre meno libro dei sogni e sempre più documento pluriennale di programmazione.

Ne consegue che:

♦ è indispensabile, che una volta che sia stato approvato, sia sottoposto, annualmente, alla duplice verifica del suo stato di valutazione e di attuazione degli interventi effettuati. Il piano, dunque, va visto e considerato quale strumento dinamico di gestione;

♦ nessuna idea e correlata proposta cammina sulle sue sole gambe. Ha evidente bisogno di una idonea dotazione finanziaria per trovare realizzazione. Anche tenuto conto che in più parti del piano è dichiarato che l’Amministrazione proponente non ha a disposizione dati di consistenza ed altro (guarda caso, prevalentemente, nei confronti di specie non cacciabili), si appalesa necessario per la veridica realizzazione degli obiettivi che il documento annuale di bilancio e quello pluriennale, impegnino le necessarie risorse finanziarie per il conseguimento degli stessi. Quanto alla mancanza d’indagini conoscitive specifiche, apprezzabilmente ammessa, non si può omettere di dover constatare, con evidente disagio, che ogni qualvolta una specie non è cacciabile o, pur essendolo, non suscita attenzioni predatorie, a ciò si accompagna il disinteresse per il suo studio; 

♦ in più parti del documento si fa richiamo a comportamenti umani necessari per la tutela delle varie popolazioni faunistiche. Per rendere oggettivamente 

credibili dette prospettazioni si indicano due modalità; a) le esigenze della pianificazione faunistica vengono recepite dalla L.P. 24 con correlativa prospettazione sanzionatoria in caso di inosservanza; b) si adotta un regolamento provinciale a tenore dell’art. 7-bis del D. Lgs. 18 agosto 2000 che prevede la possibilità di ricorrere all’applicazione di adeguate sanzioni amministrative; 

♦ in maniera, quasi ossessiva, si fa ripetuto richiamo all’esigenza della “comunicazione” per finalità multiformi e multiambito. Lo si condivide. Alle buone intenzioni debbono allinearsi le buone pratiche…. Il sito web “Servizio Foreste e Servizio Faunistico” dovrebbe fornire qualsivoglia informazione relativa alla gestione della fauna, bene a cui la collettività trentina guarda da angoli visuali ed interessi, anche radicalmente, diversi. 

Purtroppo, non è così. Perché? 

A titolo meramente indicativo e non esaustivo vi dovrebbero comparire tutti i provvedimenti amministrativi che la riguardano, censimenti, assegnazioni, abbattimenti di specie contingentate e no, le violazioni penali ed amministrative accertate nell’esercizio annuale, i provvedimenti disciplinari di sospensione dall’esercizio venatorio (pur tenendo conto della normativa sulla privacy), entità e modalità dei miglioramenti ambientali, investimenti stradali, etc. 

Tanto, per evitare che si debba percorrere l’angusta modalità di accesso agli atti, temporalmente dispendiosa e non sempre soddisfacente;

♦ l’interpretazione giurisprudenziale di massimo livello giurisdizionale (Corte costituzionale e Corte di cassazione) evidenziano necessità di adeguamento non soltanto interpretativo. 

Ci si riferisce, nello specifico, alla realizzazione degli appostamenti fissi di caccia che ha visto le pronunce della Corte costituzionale n. 139 del 2013 e Cass. pen. N. 5436/2023 nonché al divieto dell’esercizio venatorio sui valichi montani che, in provincia di Trento sono almeno 35 e non soltanto 5, di cui alla delibera Dellai n. 2308 del 2001;

♦ non un rigo viene speso per la disciplina degli interventi necessitati da investimenti stradali, in particolare, di ungulati. L’intervento del veterinario “reperibile”, sovente impegnato in ben altri compiti, in sede operativa spazialmente lontana, presuppone attese che superano, mediamente, lo spazio temporale di oltre un’ora, nella migliore delle ipotesi. La prolungata attesa causa evidenti sofferenze all’animale investito, di cui, quasi sempre, viene decretata la successiva soppressione. È pratica gestionale che va rivista, tenendo in considerazione l’altrui sofferenza, l’inadeguatezza della chiamata dell’operatore veterinario, la possibilità attribuita all’agente di vigilanza di somministrare, durante la fase di attesa, un farmaco analgesico per azzerare, od attenuare, l’altrui sofferenza. 

A questa problematica si associa quella di evitare/limitare gli investimenti di fauna selvatica. Spiace rilevare che il piano evochi, puramente e semplicemente, il tema, senza proporre interventi finalizzati ad una ragionevole contrazione degli investimenti stradali. Sulla scorta di nota produzione tecnico/scientifica proponiamo di fare ricorso a:

  • Dissuasori ottici riflettenti
  • Barriere olfattive e repellenti
  • Recinzioni e barriere
  • Barriere d’involo
  • Ecodotti e sovrapassi stradali 
  • Viadotti e ponti
  • Sottopassi
  • Scatolati idraulici
  • Segnaletica stradale
  • Barre di rallentamento acustiche.

♦ In tema di tutela di piccoli nati di ungulati, ci si augura l’adozione congiunta di una azione di contenimento della falcidia di bambi in occasione dello sfalcio dei prati con l’adozione di drone dotato di termocamera al fine di individuarne l’ubicazione post parto e/o l’installazione di strumentazione automatica di 

bloccaggio della barra falciante, capace di individuare il piccolo nato celato dall’erba alta e di far azionare automaticamente il sollevamento della stessa;

♦ Sempre in tema di tutela degli ungulati, si ravvisano del tutto inadeguate le 6 strutture di accoglienza disseminate sul territorio provinciale che non soddisfano l’esigenza di tutela della “fauna selvatica in difficoltà” (art. 4, comma 6, l. 157/92);

♦ Esprimiamo, vorremmo dire il diritto, ma ci limitiamo a dire il sentito auspicio, di vedere coinvolta la componente socio/culturale ambientalista nella cogestione del bene fauna e della biodiversità ambientale. Dobbiamo constatare con profonda amarezza che siamo generosamente destinatari dell’altrui ostracismo, forse unito all’altrui convinzione di poter ottenere nulli o modesti apporti da coloro che si collocano al di fuori del comparto venatorio. Trattasi di visione ed atteggiamento inaccettabili e, financo, assai poco democratici; 

♦ I censimenti. Hanno una indubbia valenza multipla. Gestionale, in quanto misurano la dinamica delle popolazioni selvatiche, ne certificano la consistenza (sia pure con i noti limiti) e sono il supporto inalienabile della gestione faunistica “nell’interesse della comunità” (art. 1, l.p. 24). 

All’attività di che trattasi, dovrebbero poter essere chiamate e compartecipi anche le componenti ambientaliste, al duplice scopo di un loro fattivo diverso “utilizzo” e al contempo garanti di consistenze sulle quali non hanno alcun interesse o aspettativa di prelievo. 

Infine, sul punto, siamo dell’avviso che il prelievo a carico di tutte le specie cacciabili, dovrebbe essere preceduto e reso possibile, soltanto in presenza di censimenti esaustivi;

♦ I corridoi faunistici compaiono in ogni progettazione pluriennale. Se ne ravvisa e se ne ribadisce la necessità per varie e diverse condivisibili motivazioni, ma poi, all’atto pratico e quindi alla verifica sul campo, rimangono un mero esclusivo flatus vocis. Un esempio? Si guardi alla segregazione del 

territorio agricolo in Val di Non, motivato da egoistiche esclusive ragioni produttive, dove 

la fauna subisce una evidente “carcerazione” che ne impedisce il transito da un’area all’altra, e che determina negative concentrazioni spaziali con intuibili conseguenze. Ed allora, si manifesta del tutto inutile riproporre l’esigenza, anche nella presente formulazione del piano, quando la stessa riproposizione è chiaro indice della pregressa mancata realizzazione;

♦ Nel piano, si afferma che “La fauna, in definitiva, è una risorsa soggetta a diverse forme di utilizzo umano, soprattutto di carattere ludico/ricreativo”. 

Vero, anche se il carattere ludico/ricreativo per gli ambientalisti non si traduce con l’altrui soppressione, ma in un atteggiamento di emotiva ed interessata fruizione visiva che può anche concludersi con la sola cattura dell’immagine. 

La realizzazione sul territorio provinciale di adeguate strutture lignee di osservazione (visiva, fonetica, fotografica, etc.) potrebbe avere una risposta apprezzabile, sia da parte del turista, che del naturalista in senso lato;

♦ La presenza, oltremodo positiva dell’orso, vede la indicazione di preoccupazioni ed azioni.

Le prime, e giustamente, riguardano la possibilità di “eventuali perdite di variabilità genetica”. 

La popolazione ursina trentina è d’un lato costituita da un modesto numero di soggetti e d’altro lato soffre di un evidente isolamento di essa, che ostacola l’integrazione con altri soggetti portatori di caratteristiche genetiche diverse, provenienti da altre aree di presenza.  Questo mix di fattori congiunti determina un possibile ragionevole fenomeno di inbreeding con conseguente fondata probabilità di perdita di variabilità genetica causata dall’accoppiamento di soggetti strettamente imparentati. 

Quanto alla “promozione di forme di custodia cumulative”, non si può omettere di osservare che trattasi di noto leitmotiv che dimostra la riluttanza di molti allevatori ad adottare strumenti, pur possibili, di protezione delle loro greggi. 

Fino a quando si persisterà nella mancata adozione di comportamenti obbligatori, opportunamente sanzionabili, si assisterà al noto teatrino delle polemiche urlate per i danni di aggressione subiti e alla difesa d’ufficio da parte di forze politiche il cui unico scopo è la rincorsa al facile consenso.

Quanto all’auspicata “legalizzazione del bear spray” è iniziativa legislativa che compete alla sola politica nazionale. Inoltre, andrebbe altresì precisato, a quale tipo di prodotto si intende fare riferimento, specie per quanto riguarda la lunghezza del suo cono di erogazione e quindi la possibilità di uso in ragione della distanza del soggetto. Getti di o da 4 metri non avrebbero pressoché alcuna efficacia difensiva;

♦ È apprezzabile l’accenno secondo cui “può essere necessario alleggerire la pressione venatoria nei periodi degli amori, per evitare un prelievo eccessivo dei soggetti adulti più attivi”. L’ipotesi, che purtroppo rimarrà tale, riguarda prevalentemente il cervo. Troppe volte le associazioni venatorie evocano comportamenti etici da assumere nell’esercizio della caccia e non infrequentemente si dedicano, anche, di dare alle stampe compendi di regole ad hoc. Tali iniziative del tutto formali sono e rimangono mere grida manzoniane. 

Eticamente ed anche da un punto di vista gestionale, sarebbe auspicabile la sospensione dell’attività venatoria durante il periodo degli amori del cervo e del camoscio;

♦ È davvero sgradevole dover prendere atto che si consentono ancora le “immissioni assistite di fagiano”. È una pratica da baraccone di tiro al bersaglio, orfana di qualsiasi motivazione faunistica, finalizzata a soddisfare l’istinto sanguinario di una platea di meri sparatori che appartengono a quella categoria che ama velleitariamente ed ipocritamente autodefinirsi dei “veri ambientalisti”.  

Un piano faunistico caratterizzato da seria professionalità, dovrebbe bandire definitivamente, questa pratica incivile;

♦ Riteniamo opportuno, proporre il contenimento dell’orario di caccia, tenuto conto delle problematiche condizioni di visibilità (caccia esercitata agli ungulati un’ora prima dell’alba ed un’ora dopo il tramonto), e del conseguente indice di pericolosità della caccia che ignora le condizioni d’incolumità di chiunque abbia a frequentare boschi e montagne durante il periodo di apertura dell’attività venatoria.  

Un dato. Nella stagione venatoria 2022/2023 le vittime della caccia sono state 66; 13 morti e 53 feriti.

E pure il Trentino non è rimasto immune da queste tragedie;

♦ La riduzione delle giornate di caccia è auspicabile.Tenuto conto che l’habitat naturale è fruibile da chiunque appare ragionevole riservare al popolo venatorio 3 esclusive giornate per praticare la loro attività. Oltretutto, le giornate fisse, per tutte le riserve,  hanno il pregio di: sottoporre a minor stress la fauna in genere, lasciando alla stessa la possibilità di dedicarsi alla riproduzione ed all’allevamento della prole ed agevolare l’attività di vigilanza concentrando detta attività su soli 3 giorni settimanali e non su 5 come avviene ora;

♦ La denuncia di uscita è annualmente voluta e sollecitata da ISPRA nelle proprie raccomandazioni.Consente a chi pratica la vigilanza venatoria di conoscere quante persone e dove si stanno dedicando a detta attività e di razionalizzare il controllo. In caso d’incidente si riesce a restringere il novero dei soggetti potenzialmente responsabili. Significativo l’evento mortale di Celledizzo. La presenza delle denunce di uscita avrebbe favorito le indagini e la possibile scoperta del responsabile.

È buona pratica da attivare, anzi, da riattivare;

♦ Va fatto divieto di esercitare l’attività venatoria su ed in prossimità di strade e careggiate, all’evidente fine di tutela dell’incolumità di chiunque le abbia ad utilizzare per le più disparate ragioni;

♦ La caccia nei parchi naturali deve essere vietata. È abnorme, inaccettabile ed incomprensibile, che nonostante il divieto di portata penale (art. 30, comma 1, 

lett. d), della L. 157/92), in Provincia di Trento si continui impunemente a cacciare all’interno dei due parchi naturali provinciali;

♦ L’utilizzo di richiami vivi per l’attività venatoria ha mostrato l’esistenza di inimmaginabili traffici delittuosi che interessano, in particolare l’Italia, ed i Paesi dell’Est. Ma, soprattutto, si continuano ad ignorare le inaccettabili condizioni di maltrattamento, sofferenze ed uccisioni, che riguardano le specie prelevate dai nidi e di poi, condannate a vita, a vivere al buio, in gabbiette tanto anguste da limitare la libertà di movimento.

In alternativa, a prescindere dalle disposizioni della L. 157/1992, sovente ignorata in diverse sue prescrizioni, si consenta l’uso di richiami acustici di tipo meccanico, elettromeccanico, elettromagnetico;

♦ Si propone il divieto di caccia alla volpe, sia perché nei confronti di questo canide sopravvive una datata ed ingiustificata opinione di nocività, sia perché apprezzabile ricerca del Muse sullo “Spettro alimentare della volpe in Trentino mediante l’analisi dei contenuti gastrici (235 stomaci esaminati)” ha dimostrato che tra i resti rinvenuti non vi erano specie di interesse venatorio. La comoda attribuzione di potenziale responsabile e veicolo della rabbia non regge a cagione dell’efficacia del vaccino da usarsi in ipotesi di insorgenza di questa patologia;

♦ Il carniere giornaliero individuale, così come determinato con la delibera n° 392/2003, è pacificamente eccessivo ed oltretutto risalente ad una situazione faunistica di 20 anni fa, sicuramente mutata nel tempo. Un esempio su tutti. Consentire un prelievo giornaliero individuale di 3 volpi per cacciatore, significa, ove attuato, portare all’estinzione la specie;

♦ In tutta la L.P. 24/91 il termine “selezione” è utilizzato in soli due passaggi. Riteniamo non solo opportuno ma anche necessario che detta modalità di prelievo trovi una sua compiuta definizione, quantomeno amministrativa, specificando finalità, modalità, criteri applicativi, ragioni scientifiche, il tutto in maniera chiara ed esaustiva;

♦ L’eccessivo manto nevoso non solo preclude l’accesso alle scarse risorse trofiche di periodo, ma impedisce alla fauna di potersi muovere sul territorio alla loro ricerca. In casi di significative precipitazioni nevose appare ragionevole prevedere la sospensione dell’attività venatoria;

 ♦ Quanto ai criteri di gestione/prelievo del capriolo, pur in evidente fase di difficoltà riproduttiva, si nota un incremento % del prelievo e la evidente sconfessione dei previgenti tassi di abbattimento ( 40% maschi – 30% femmine – 30% piccoli). Dissentiamo da questo (innovativo) criterio gestionale;

♦ Si dissente dalla proposta di applicazione per il camoscio di “un tasso annuo di prelievo inferiore al 15% della consistenza totale”. Lo si giudica eccessivo (stante la genericità dell’espressione “inferiore a…”. A fini cautelativi e prudenziali per la specie, il prelievo non dovrebbe superare l’8% della c.t;

♦ Quanto al muflone si evidenzia la confliggenza tra “contenimento e l’eradicazione”. Un tasso di prelievo “superiore al 30%…”, cui va ad addizionarsi l’azione predatoria del lupo, equivale a finalizzare la scomparsa della specie che, tuttavia e diversamente, potrebbe e dovrebbe essere mantenuta stante la vocazione del muflone ad occupare modeste marginali aree trofiche;

♦ L’ipocrisia è inaccettabile. Utilizzando il doppio binario, sostitutivo dell’attività venatoria, e cioè il cosiddetto “controllo”, il cinghiale è stato per così dire graziato per il tramite di datate prescrizioni tecniche che hanno dettato la sospensione della caccia a questo suide. 

Di contro, noi proponiamo che tra due mali, si scelga il minore, e cioè si pratichi l’esercizio venatorio tradizionale, annullando la fase aggiuntiva del controllo;

♦ Il fototrappolaggio andrebbe favorito ed implementato per la conoscenza della fauna in generale, impiegando appropriate risorse finanziarie per il suo monitoraggio. Con ciò, dotando di un’adeguata disponibilità di questi strumenti le singole stazioni forestali. Oggi, del tutto carenti;

♦ Fagiano di monte – coturnice. Il prelievo non dovrebbe essere misurato riponendo attenzione al solo indice riproduttivo, ma anche ad un dato minimale complessivo della specie presente nell’area omogenea ed anche alla significatività dei cambiamenti ambientali verificatisi;

♦ Il monitoraggio sanitario dei capi prelevati costituisce un inspiegabile buco nero del documento di programmazione faunistica. 

Chiediamo che l’integrazione del documento ai fini de quibus sia sollecitazione condivisa dagli autori di esso; 

♦ Il ruolo dell’informazione. Riproduciamo, piè pari, quanto andammo ad asserire in sede di osservazioni al piano faunistico nel febbraio del 2002: “Oltre ad essere un dovere, trattandosi di gestione di una pubblica risorsa, noi riteniamo che la correttezza e la completezza dell’informazione potrebbe avvicinare “l’altra parte” della comunità provinciale ad interessarsi ad uno spaccato conoscitivo che è campo d’indagine per i soli addetti ai lavori, o quasi. Ben venga, dunque, qualsivoglia iniziativa in tal senso”.

A consuntivo, dobbiamo osservare che dal 2002 in poi, di passi in avanti non ne abbiamo visti; semmai, significativi e tangibili passi…indietro;

♦ Prima di chiudere la nostra piattaforma critico/propositiva, auspichiamo che  venga condivisa la proposta di vietare il prelievo di femmine di ungulati e rispettivi piccoli. Inoltre, che la sospensione disciplinare del permesso di caccia abbia sempre a decorrere dall’inizio della successiva stagione venatoria, comunque legata e collegata al rinnovo del titolo abilitante;

♦ Stante la disarticolata sussistenza di plurime fonti normative, anche sovranazionali, ed amministrative, riteniamo che sarebbe oltremodo utile, raggruppare ed unificare in un T.U. tutte le normative di settore (venatoria, ambientale, fauna minore, pesca, disciplina fungina, floristica, etc.) si da fornire un quadro informativo d’insieme del valore ambientale che è unico a cagione della sommatoria di tutte le sue componenti. 

Adriano Pellegrini – presidente

Mauro Nones – consigliere 

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