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A proposito di…Contro la caccia – 5a Parte

È una grande vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animali ai quali è stata violentemente tolta la vita. Quando porrete fine a questa maledetta strage? Non vedete che vi divorate l’un l’altro per la folle dissennatezza dei vostri cuori?” Empedocle

Contro la caccia

Da qualunque lato la riguardiamo, la caccia è un atto stupido, crudele e nocivo al sentimento morale. 

Non è quindi strano che i cacciatori, oltre la cattiveria verso gli animali, manifestino, nei loro reciproci rapporti, sentimenti non meno egoisti, il disprezzo, la vanità, la menzogna, l’invidia, la malevolenza. Ogni cacciatore che abbia imparzialmente analizzate le proprie impressioni di caccia deve convenirne.

Il famoso quadro di Pèrov, Il Cacciatore, esprime perfettamente uno dei lati di questi rapporti tra cacciatori. 

Durante una colazione sull’erba, un uomo di età matura racconta una delle sue avventure di caccia e le esagera visibilmente. Un suo giovane compagno appare abbastanza ingenuo per credere alla realtà del racconto; ma un terzo compagno si gratta la nuca con un’aria di diffidenza, che esclude ogni illusione di rispetto per il vecchio mentitore.

Un altro quadro: in una partita di caccia, una volpe è raggiunta dai cani a due passi dalla tana. Un cane la stringe alla gola, un altro di dietro, e ambedue la tirano; la volpe, la bocca aperta, soffoca di dolore e di paura. I cacciatori arrivano e gioiscono a questo spettacolo, di una gioia crudele. Uno si slancia sull’animale, brandendo una mazza con cui vuole ucciderlo, un altro, molto vecchio, trattenendo il suo cavallo, fissa con uno sguardo feroce la vittima agonizzante. Altri cacciatori accorrono da tutte le parti.

Il pittore ha rappresentato un episodio dei più ordinari della caccia, senza preconcetti. Ma lo spettatore, non cacciatore, di questa scena ripugnante si domanda, suo malgrado, quale degli attori di quella scena è più bestiale, se i cani eccitati e inferociti, o i padroni, che li hanno resi tali.

Ecco, infine, il quadro di un pittore inglese, Una calma notte di autunno, un quadro commovente, dal nostro punto di vista. Sulla via scoscesa di un lago pittoresco illuminato dalla luna, è coricato un gran cervo ferito, di cui i cacciatori hanno perduto la traccia. Davanti a lui la cerva, con la testa levata al cielo, fa udire il suo pianto disperato. La sua espressione è così piena di cordoglio, che è impossibile non indignarsi al pensiero di quegli uomini che, dopo aver compiuto il fatto sanguinario e inutile, si scaldano all’allegro fuoco di un camino, nelle morbide poltrone, bevendo, fumando, chiacchierando delle loro avventure di caccia. 

È superfluo, io credo, dimostrare l’influenza perniciosa che la caccia esercita sulla gioventù. Quando il ragazzo o l’adolescente vede la serietà, con cui gli adulti si danno a un piacere vano come la caccia, l’attenzione e la solennità che impiegano nel prepararsi, il piacere con cui cotesti uomini, che essi rispettano, fanno soffrire degli esseri senza difesa, è difficile chiedere al ragazzo o all’adolescente la nozione esatta del bene e del male, dell’importante e del futile, di ciò che merita rimprovero e condanna.

Ma la caccia dà ai giovani, costretti a un lavoro sedentario, il vantaggio di un esercizio fisico all’aria aperta. È l’ultimo argomento e il più debole, perché l’occupazione più nobile e più pacifica, che raggiunge lo stesso scopo, è il lavoro nei campi nelle sue numerose e svariate applicazioni: l’aratura, la semina, la falciatura, la raccolta dei cereali, la potatura degli alberi, il giardinaggio, l’allevamento degli animali, e altro. Non si finirebbe mai di enumerare le diverse applicazioni che non richiedono minore esercizio fisico, o d’arte e di abilità di tutti gli sports immaginabili. In queste occupazioni la comunione con la natura è costante, e l’uomo si applica ad allevare gli animali come aiuto per un lavoro utile e ragionevole e non per farne l’oggetto di un piacere malsano di cacciatore.

Avendo detto quello che sento del crudele piacere dei cacciatori, non mi aspetto che motteggi da parte loro. Ma io non mi rivolgo agli uomini fatti; ma principalmente ai giovani nei quali parla la coscienza suscettibile di espandersi; ai giovani che sono abbastanza coraggiosi per giudicare le opinioni da accogliere e per correggerle, qualora fosse necessario, anche se ne risulti il dovere di abbandonare una distrazione favorita. 

Tratto da “Contro la caccia e il mangiar carne” di Lev Nikolaevic Tolstoj,

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