Skip to content Skip to footer

A proposito di…Contro la caccia – 4a Parte

E’ una grande vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animali ai quali è stata violentemente tolta la vita. Quando porrete fine a questa maledetta strage? Non vedete che vi divorate l’un l’altro per la folle dissennatezza dei vostri cuori?” Empedocle

Contro la caccia

La pietà è una delle più preziose facoltà dell’anima umana. L’uomo, impietosendosi sulle sofferenze di un essere vivente, dimentica sé stesso e si immedesima nella situazione degli sventurati. Con questo sentimento si sottrae al suo isolamento e acquista la possibilità di congiungere la sua esistenza a quella degli altri esseri. 

L’uomo esercitando e sviluppando questa qualità che lo unisce agli altri, s’incammina verso una vita superpersonale, che eleva a un livello più alto la sua coscienza e gli offre la maggiore felicità possibile. Così, la pietà, mentre addolcisce le sofferenze degli altri, è giovevole ancor più a colui il quale la prova. 

Bouddha, Cakia-Muni, l’apostolo della pietà, proibiva ai suoi discepoli di uccidere qualunque animale. 

Una commovente leggenda racconta che uno dei suoi discepoli, un pellegrino, trovò un cane coperto di piaghe e rosicchiato dai vermi, che ammucchiò in un canto della strada, e si allontanò. Ma tosto rifletté che aveva privato i vermi del loro nutrimento, e che essi morrebbero d’inanizione. Ritornò sui suoi passi, tagliò un pezzo di polpa delle sue gambe, e lo deposte accanto ai vermi perché potessero nutrirsene. E allora riprese il cammino con lo spirito tranquillo.

Questa leggenda è istruttiva, non nel senso che dobbiamo lasciarci divorare dai vermi, ma nel senso che il sentimento di pietà non ha limiti, non deve essere mai respinto, ma incoraggiato, e resta sempre lo stesso, sia volto verso l’uomo che verso una mosca.

L’uomo che comprende tutta l’importanza morale della pietà non indietreggerà davanti al timore che le sue manifestazioni possano renderlo ridicolo agli occhi degli altri. Che cosa deve importargli, se mettendo in libertà un topo colpo in trappola, invece di ammazzarlo, provoca i motteggi e le disapprovazioni, quando sa che, non solamente ha salvato dalla morte un animale, che teneva quanto lui alla vita, ma ha

anche lasciato manifestarsi liberamente il sentimento della compassione, e ha fatto un passo verso quell’era superiore dell’amore universale, che non conosce limite, che lo affrancherà dalla morte e lo identificherà con le sorgenti della vita.

Il cacciatore opera in un senso diametralmente opposto, e non una volta, ma sempre, egli soffoca in sé il prezioso sentimento della pietà. 

È poco probabile che fra i cacciatori se ne trovi uno che non provi, almeno per una volta, un principio di pietà per una delle sue vittime, ma che pure ogni volta non cerchi di respingere un tal sentimento considerandolo come una debolezza. Ed è così che è schiacciato il bocciuolo appena schiuso della pietà, da cui potrebbe germogliare e fiorire quel sentimento più elevato e più perfetto, che è l’amore.

In questo costante suicidio morale è il male supremo della caccia.

Tratto da “Contro la caccia e il mangiar carne” di Lev Nikolaevic Tolstoj,

Leave a comment