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A proposito di…Contro la caccia – 3a Parte

E’ una grande vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animali ai quali è stata violentemente tolta la vita. Quando porrete fine a questa maledetta strage? Non vedete che vi divorate l’un l’altro per la folle dissennatezza dei vostri cuori?” Empedocle

Contro la caccia

Noi siamo fieri del progredire della nostra civiltà, esaminiamo con soddisfazione ciò che consideriamo come suoi successi in tutte le branche della vita sociale, ma osserviamo pure che la nostra esistenza è spesso fondata sui principi più ingiusti e crudeli, e che l’umanità dell’avvenire ne parlerà con la stessa ripugnanza che noi proviamo oggi per la schiavitù e la tortura, come errori di altri tempi, che la civiltà ha abolito. Certo, la caccia non è la maggiore delle infamie che abbiamo ereditato dal passato; ma il suo vergognoso espandersi nei nostri tempi è molto istruttivo. L’insegnamento che se ne trae è il seguente: che non si può dissimulare il fine della caccia con dei paroloni atti a nascondere il suo vero carattere di manifestazione barbara. 

Ma la ragione è sempre pronta a trovare qualche giustificazione ad ogni sozzura. È ciò che mi accade quando il dubbio sulla innocenza della caccia cominciò ad affacciarsi in me e non volevo privarmi di questo piacere. Arrossisco al ricordo delle giustificazioni ingegnose che inventai in quel tempo, per avere il diritto di abbandonarmi alla mia distrazione favorita.

Ricordo che una di siffatte giustificazioni consisteva nel dire a me stesso che ogni animale, rapace o no, distrugge gli altri esseri viventi. Il lupo divora i montoni e le lepri, questi divorano con l’erba una grande quantità di insetti, che hanno lo stesso ardore di vita. Dunque, uccidendo alla caccia un solo animale, io salvo la vita di tutti gli altri animali, che quello avrebbe distrutto continuando a vivere.

Soddisfatto di questo pretesto, che mi pareva una ragione convincente, continuai a cacciare: uccidendo – contraddizione a cui non pensavo! – per dare la vita.

Un giorno appostato al limite di una foresta durante una battuta, con un colpo di fucile feci cadere un lupo e poscia accorsi per finirlo con un colpo di bastone. Lo colpisco alla radice del naso, il punto più sensibile dell’animale, ed esso mi guarda negli occhi, e ad ogni colpo manda un respiro soffocato. Ben presto le sue zampe si stirano e si irrigidiscono; la povera bestia è morta. 

Io ritorno soddisfatto al mio posto, e mi appiatto dietro un albero nell’attesa di una novella vittima.

La sera, nel letto, risentii nello spirito le impressioni della giornata e la mia immaginazione ritornò senza posa al momento in cui avevo udito poco lontano da me un rumore e visto il lupo, con i suoi grandi occhi di fuoco spalancati. Rividi la bestia che perseguitata dai battitori fuggiva dalla foresta per salvarsi nei campi, e come in quel momento la palla del mio fucile l’abbatté e come la finii, e lo spasimo pieno di terrore della sua agonia.

Questo ricordo mi faceva battere il cuore e risentii con delizia le emozioni della giornata, e una vera voluttà m’invase al ricordo delle sofferenze della bestia agonizzante, e della soddisfazione di averla uccisa.

Ma a poco a poco una specie di tormento m’invase; poi, subito compresi, per mezzo del cuore e non della ragione, che quella uccisione era per sé stessa una cattiva azione e peggiore di essa era il piacere da me provato, e ancora più grave la mala fede con cui cercavo di giustificarmi. Soltanto allora la ragione mi mostrò la vanità della mia precedente argomentazione in favore della caccia, e capii che il lupo poteva dire con la stessa giustezza che egli mangiando le lepri salvava la vita degli insetti nascosti tra le erbe, le lepri potevano fare lo stesso ragionamento e così anche gli insetti. 

Tratto da “Contro la caccia e il mangiar carne” di Lev Nikolaevic Tolstoj.

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