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A proposito di…Contro la caccia – 2a Parte

E’ una grande vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animali ai quali è stata violentemente tolta la vita. Quando porrete fine a questa maledetta strage? Non vedete che vi divorate l’un l’altro per la folle dissennatezza dei vostri cuori?” Empedocle

Contro la caccia

La caccia, si dice, non è interessante in sé, ma sono tali le condizioni nelle quali è praticata.

Se ciò fosse vero, la sola comunione del cacciatore con la natura potrebbe soddisfarlo.

Però, né passeggiate a piedi o in battello, né i lavori di giardinaggio o dei campi, né tutto ciò che si fa in mezzo alla natura, può sostituire nel cacciatore quel godimento speciale, accessibile solamente a colui che esperimenta le sensazioni del cacciatore, come dicono fieramente i discepoli di Sant’Uberto.

In che cosa consiste dunque questa sensazione del cacciatore e la gioia che essa provoca?

Checché se ne dica, il piacere dominante della caccia è nel perseguitare e uccidere gli animali.

Questo è il fine e questa la sua principale attrattiva.

Si dice altresì che questa attrattiva deriva dal fatto che il cacciatore subisce la legge propria a tutti gli esseri viventi, la lotta per l’esistenza, e s’identifica con la natura.

Questa spiegazione potrebbe esser giusta, se l’uomo cacciasse per soddisfare un bisogno.

Ma questo non è, né per il cacciatore ricco, né per quello di condizione modesta; inoltre, la lotta per l’esistenza ha per l’uomo un senso particolare che non può confondersi con quello della caccia. È vero che nella natura tutto lotta senza posa per l’esistenza, ma anche tra gli animali, la lotta non si limita alla strage del debole per l’opera del forte; questo ultimo impiega altresì i suoi sforzi e la sua arte nella lotta contro gli elementi naturali. Esso costruisce ripari contro le intemperie delle stagioni e le persecuzioni di altri animali, e si dà a molte occupazioni simili.

Per l’uomo, la forma principale della lotta per l’esistenza è la costruzione delle case, la fattura dei vestiti e soprattutto la preoccupazione per il cibo. A misura che ci allontaniamo dallo stato primitivo, le forme della lotta per l’esistenza si modificano progressivamente. La prima fase di questa lotta, la caccia, somiglia, nella forma, alla lotta per l’esistenza propria degli animali. Ma con lo sviluppo delle condizioni della vita, questa lotta grossolana contro le bestie diventa inutile. Oggi uccidere gli animali, anche per l’alimentazione dell’uomo, è addivenuto assolutamente superfluo, come è provato dal numero sempre crescente delle persone che si nutrono di proposito con alimenti vegetali o latticini. 

La caccia non è una forma naturale della lotta per l’esistenza, ma un ritorno volontario allo stato selvaggio, con questa differenza: che la caccia era un’occupazione naturale per l’uomo primitivo, mentre questa occupazione nell’uomo moderno civilizzato non fa che esercitare e sviluppare in lui istinti bestiali, che la coscienza riprova, e che teoricamente la nostra civiltà vorrebbe aboliti.

Basta immaginare la condotta dell’uomo durante la caccia per convincersi che, lasciando libero il passo ai suoi peggiori istinti, egli compie atti che al solo pensarvi lo farebbero arrossire, in altre condizioni.

Vi è una serie di atti riconosciuti indegni di un uomo onesto. 

La sopraffazione, la perfidia, le trappole, l’imboscata, l’assalto di molti a un solo, del forte contro il debole, il ratto dei piccini ai genitori e viceversa, sono altrettanti atti vili per sé stessi, indipendentemente dalla qualità delle vittime. Eppure, per una inconcepibile contraddizione, tutti questi atti vili e criminali sono compiuti senza scrupolo, apertamente, durante la caccia, dagli stessi uomini, che rifiuterebbero di stringere la mano a colui il quale li compisse verso l’uomo.

Si dirà che gli uomini, dolenti di non potersi nuocere scambievolmente, vanno nei campi e nelle foreste per provare la loro forza e prevalere violentemente sugli altri esseri viventi, e dare così libero sfogo alle loro più basse tendenze.

Sventrare, infrangere la testa contro un albero, fare in pezzi, ecc., sono gli atti più ordinari od anche più necessari della caccia. È però naturale la pietà per le sofferenze degli animali.

Perché dunque alla caccia, gli uomini non solo non hanno pietà degli animali, ma non hanno vergogna di sorprenderli, perseguitarli e torturarli in tutti i modi possibili?

Che i cacciatori esaminino la loro condotta di fronte agli esseri che essi perseguitano, si mettano per un momento al loro posto, e saranno obbligati a riconoscere la giustezza di quello che ho detto, e gli errori, spesso voluti, del loro ragionamento.

Tratto da “Contro la caccia e il mangiar carne” di Lev Nikolaevic Tolstoj.

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