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A proposito di…Contro la caccia – 1a Parte

E’ una grande vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animali ai quali è stata violentemente tolta la vita. Quando porrete fine a questa maledetta strage? Non vedete che vi divorate l’un l’altro per la folle dissennatezza dei vostri cuori?” Empedocle

Contro la caccia

Domandate al primo cacciatore in cui vi imbatterete, quale attrattiva offra la caccia; non ne troverete molti che vi dicano che è il piacere di perseguitare e uccidere gli animali. La grande maggioranza dei cacciatori, vi dirà che il loro piacere non è nella strage, ma in ciò che l’accompagna. E noi guardando la caccia da vari punti di vista, esamineremo il loro ragionamento.

Si crede a torto – dirà il cacciatore – che l’atto di uccidere la selvaggina sia il principale piacere della caccia. Se così fosse, sarebbe molto più comodo l’andare a uccidere il pollame nel cortile. L’attrattiva della caccia si trova nelle diverse sensazioni e impressioni che prova il cacciatore dalla sua uscita fino al ritorno. La caccia procura all’uomo occupato in un lavoro monotono la possibilità di distrarsi dalle sue occupazioni quotidiane, di sottrarsi al convenzionalismo della vita e di vivere qualche ora in comunicazione con la natura. E questa comunicazione durante la caccia non si limita a una contemplazione passiva; egli subisce la legge che regge ogni essere vivente: la lotta per l’esistenza. L’uomo s’identifica con la natura.

La caccia esercita la forza fisica, l’agilità dei movimenti, la giustezza del colpo d’occhio, la fermezza del braccio, e anche le facoltà morali: energia, audacia, costanza. Così il cacciatore sviluppa quelle attitudini fisiche e morali che nella sua vita mondana o sedentaria restano inattive e potrebbero indebolirsi.

Da questo punto di vista la caccia è educativa. Insegna alla giovinezza a contare sulle proprie forse; ed è specialmente utile a quelli che dalla loro infanzia sono abituati a servirsi del lavoro altrui e non hanno occasione di sviluppare le proprie energie fisiche. Di più, la passione per la caccia è sovente benefica, perché preserva i giovani dagli svaghi moralmente e fisicamente nocivi, come la passione per il vino, il giuoco, le donne. 

Non è dunque senza ragione che la caccia è considerata come uno svago nobile e virile, e che tutti i popoli dai tempi più lontani l’hanno in onore.

Così ragionano i cacciatori che vogliono giustificare il loro divertimento favorito, e alla prima le loro ragioni sembrano fondate.

MA SONO VERAMENTE GIUSTE?

Sono stato cacciatore appassionato per molti anni, anzi la caccia era per me un’occupazione molto seria: non solo io mi esercitavo al tiro, ma ne studiavo anche la teoria, e non conoscevo emozioni più vive e deliziose per l’anima mia, di quelle che la caccia mi procurava.

Ma talvolta mi assaliva il dubbio sulla legittimità di questo piacere.

Non volendomene privare, cercavo ogni sorta di scuse, e ciò mi bastava. Ma il dubbio accrescendosi col tempo, il godimento diminuiva. Così il rimorso, dapprima appena percettibile nella mia coscienza, si ingrandì a poco a poco, se ne impadronì interamente, la scosse, e finì con l’inquietarmi seriamente.

Dovetti guardare la verità in faccia, e allora compresi la crudeltà della caccia. Ora in essa non vedo che un atto inumano e sanguinario, degno solamente di selvaggi e di uomini che conducono una vita senza coscienza, che non si armonizza con la civiltà e col grado di sviluppo morale, a cui noi ci crediamo arrivati. 

Ho cessato di cacciare, ma per lungo tempo ancora, al ricordo del piacere provato, sono stato tentato di riprendere l’abitudine. Ma oggi, grazie a Dio, questa tentazione non esiste più per me, e io posso, guardando tranquillamente nel passato, riassumere tutti i pensieri e le mie impressioni e presentarle agli altri. 

Tratto da “Contro la caccia e il mangiar carne” di Lev Nikolaevic Tolstoj.

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